In attesa di Punto g 2011: A Global conference al Cairo

A Global Conference: “Women and the 21 Century – Feminist Alternatives”
16-18 December 2010The Supreme Council of Culture,1 El Gabalaia  Street, Opera House, El Gezira, Cairo

Foto scaricabili al  sito http://www.flickr.com/photos/54828821@N00/

Interviste audio e video al sito www.radiodelledonne.org

di Monica Lanfranco

Report primo giorno

Le parole più usate: democrazia, patriarcato, potere, speranza, dominazione, scelta, dolore, quote, libertà.

Colpisce, nella possibilità altissima di trovarsi in una babele, il fatto che invece della babele come luogo della confusione, dell’incomunicabilità e della distanza, ci si trova in una babele dove certamente le lingue, le geografie, le provenienze culturali sono diverse, compresi i linguaggi del corpo, ma al di là di queste distanze il clima è di straordinaria condivisione. Anche quando scattano le reazioni, e i conflitti.

Ma facciamo un passo indietro.

Siamo al Cairo, una città tremenda se non siete abituate ad un traffico continuo e ad un rumore assurdo di clacson che ti trapana le orecchie, e che smette solo nelle sale chiuse delle costruzioni, siano esse hotel o bar o case o musei, dove comunque il baccano non ti molla mai nemmeno lì, perchè il condizionamento è a palla, gli uomini parlano a voce più alta che in Italia, fumano tutti in modo incredibile e fanno capannelli in ogni dove, in mezzo alla strada come negli spazi chiusi. Sulla tavola svolazzano i fogli degli appunti, e quindi siamo costrette spesso a chiedere che venga spenta l’aria forzata. Siamo al terzo piano del Supreme Council of Culture, a metà tra un museo, un ministero e un luogo dove si svolgono convegni.

Qui si sta svolgendo uno strano atto di creazione, qualcuna tra le presenti direbbe: una tre giorni dall’ambiziosissimo titolo A global conference-women and 21 century – feminist alternatives.

Le organizzatrici sono 4 reti di donne arabe e 3 europee: Antico, Ife, Heya, Owsa, Owfi, Act e Wilpf.

Quindi si parla di alternative, non di prospettive, perchè le oltre 50 donne che vengono da tutto il mondo con viaggi alcuni davvero rocamboleschi sono convinte che sia venuta l’ora di smettere di fare nuovi progetti, che semplicemente questi ci siano già, e sia il momento di metterli in atto.

L’intreccio tra l’arabo e l’inglese, le due lingue del convegno, non rendono le cose facili, ma lo sforzo è quello di capire, capirsi, e, sorpresa, anche di discutere i nuovi significati da dare alle parole che vengono usate.

La figlia di Nawal Al Sadaawi, rossa di capelli e svelta di lingua si arrabbia: non è importante lottare per una maggiore rappresentanza in politica,-dice- ma bensì perchè la casa sia un luogo più equo, sicuro e pacifico per le donne. Il potere vero, per lei, è quello dentro le mura domestiche. E basta anche nell’uso dell’inganno patriarcale messo in atto quando le donne stesse si dividono in giovani e vecchie o parlano di fase primaverile e autunnale della vita. Lo dice alzando la voce, quasi con rabbia, davanti alla madre 83 enne, che la guarda divertita. Sua madre, un monumento vivendo del femminismo mondiale, che poco prima ha ricevuto due standing ovation dalla sala, e che ha presentato sia la figlia che l’uomo della sua vita, (che definisce un amico, oltre che compagno di vita), che è anche uno dei motivi per i quali i fondamentalisti egiziani le hanno giurato la morte: non è sposata.

Nawaal, in abito nero sul quale porta una sgargiante giacca rossa, capelli bianchissimi che sfuggono da tutte le parti pur arrangiati in uno chignon, sorridente e generosa con chiunque le voglia scattare una foto, abbracciare, o solo sfiorare con la mano, tiene un discorso in arabo, salutando quello che definisce “il primo evento che si fa nel mio paese al quale mi invitano. In Egitto nessuno pronuncia il mio nome, è come se non esistessi,e quando mi hano nominata è stato per cercare di distruggermi-scandisce-. Io piango spesso, perchè nella mia vita ho sofferto molto, ma oggi ho pianto di gioia pensando che sarei stata con voi”.

Vibrante, incredibilmente energica come solo le donne oltre gli 80 anni sanno essere (per fortuna noi in Italia abbiamo esempi come Lidia Menapace e Giancarla Codrignani solo per citarne due molto care e vicine) Nawal declina le sue priorità politiche, e definisce il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è quello della solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.

E’ chiara sulla questione del velo e della religione: ogni religione è un luogo di schiavitù per le donne, nella storia antica come nell’oggi. E poi un’altra, importane puntualizzazione, sollecitata anche dall’intervento critico di Houzan Mahmoud, attivista e scrittrice curdo-iraniana nei confronti della relazione della statunitense Miriam Cooke.

Nella sua relazione la nordamericana definiva  ‘femminista islamica’ una attivista vissuta negli anni ’30: sia Houzan che Nawall sostengono con forza che convalidare la divisione tra femministe declinate come occidentali, musulmane, cristiane o altro è offrire strumenti per  delegittimare il movimento delle donne come il motore principale del cambiamento universale e globale per tutta l’umanità.

“Quando ero molto piccola,-racconta Nawaal, e mi fu insegnato che le donne per volere di Dio si dovevano considerare diverse e ineguali rispetto agli uomini, scrissi una lettera a Dio, nella quele gli chiesi perchè a causa del mio corpo dovessi avere meno diritti dei maschi. Non rispose, quindi diventai femminista”.

Il femminismo deve parlare con la voce delle donne che lottano per il cambiamento, per l’umanizzazione dell’intero pianeta, e per diritti umani femminili come universali e imprescindibili.

Universal rights are basic for democracy,anche women’s rights are the base of them”: è un confortante concetto,questo, sul quale il consenso è unanime, e in tempi di relativismo culturale e politico,anche e soprattutto a sinistra, sentirlo scandire da attiviste di tutto il mondo non è poco.

A questo proposito estremamente interessante è la provocatoria e interattiva relazione di Drude Dalerup: questa svedese scattante e simpatica fa saltare tutte sulla sedia con il suo power point sulla rappresentanza politica e l’annoso problema delle quote, controverse, amate e odiate, ma delle quali tocca comunque parlare. Nel 1997, due anni dopo l’assise di Pechino, il paese nel quale la rappresentanza politica era più alta nel mondo era la Svezia, con il 48% di donne nel parlamento. Oggi, nel 2010, il paese con il più alto numero di donne in politica è il Ruanda, con il 56%,mentre la Svezia, buona seconda, vanta solo un 45%. La domanda di fondo è se le quote, da sole, garantiscano una democrazia di genere: la risposta è che nel mondo globale non bastano solo i numeri, che pure contano, perchè se le donne che rappresentano il genere femminile sono come Condoliza Rice o Margareth Thatcer il cambiamento con buona evidenza non c’è.

“Non voto una donna perchè è una donna, dice Nawaal: voto una donna o un uomo intelligente”.

E Drude Dalerup sfata anche quello che chiama ‘il mito originario’: che le donne non votino le donne. Non è questo il problema principale, né quello che i club maschili e patriarcali siano forti e indistruttibili, sostiene : il vero punto è che gli uomini non votano le donne,e che quando c’è da puntare su un essere umano per rappresentare gli interessi collettivi gli uomini non pensano ad una donna come candidata, e quindi nemmeno le donne si autorizzano a farlo.

E se è vero che “free choice is really freedom”, la possibilità di scegliere liberamente è libertà, il problema da cui partire è che “ the so called free market is non really free”, il cosidetto libero mercato non è davvero libero, e che in questo mercato regolato dalle logiche del capitale e del neoliberismo non può esserci una scelta davvero libera, non solo per le donne, ma per ogni essere umano.

Dopo un esordio così ricco, del quale ho narrato solo una piccola parte, a domani per l’aggiornamento.

Parentesi tra il primo e secondo giorno

Non ci posso credere, ma eccomi qui sulla Pharaon, una tra le più grandi Nile boat del Cairo; il kitch è assoluto, e talmente eccessivo da diventare straordinariamente bello.
Ci sono colonne, sfingi, obelischi, e pareti con immancabili antichi egizi dipinti in colori sgargianti. Assolutamente orribile, eppure magico. Fuori il Nilo scorre, nella notte illuminata dalle mille luci degli hotel eccessivi, i grattaceli svettanti e le enormi strutture che pubblicizzano grandi marche occidentali di abiti e di benzine. Anche nel buio sono visibili gli effetti dell’inquinamento, che qui si respira giorno e notte, impastato com’è  di sabbia e gas di scarico delle auto, e rende l’aria, le macchine e le costruzioni di un colore marrone chiaro costante.
Anche questa sera Nawaal stupisce e commuove: danza, prima solo con le mani da seduta al tavolo,  poi si alza e balla, con una grazia e un’ironia strepitose. Chissà come saremo noi a 83 anni, di certo così sembra non ne facciano più alla fabbrica.
Quasi tutte cantano e ballano, e all’improvviso, da una porta che sembrava solo un disegno nel muro dell’imbarcazione, esce una bellissima  giovane danzatrice del ventre in un abito rosso; si esibisce per noi, tutte battono le mani, qualcuna azzarda dei passi con lei sulla pedana, e le tensioni della giornata si stemperano, finalmente.
Dal primo giorno ci sono alcune questioni interessanti da riprendere.
Per esempio l’analisi della indiana Brinda Mehta , che nel suo intervento mette in connessione la malattia con la politica.
Non è una traccia nuova: già Susan Sontag, in Malattia come metafora, aveva indagato il cancro come la malattia simbolo dell’epoca contemporanea, capace di descrivere la disumanizzazione crescente nella società capitalistica. Metha parla della ricca e fiorente letteratura del dolore, the scripture of paine, e delle molte autrici arabe e indiane che hanno usato la loro personale malattia per rompere il silenzio che spesso si cela su chi è vittima del cancro o di altri mali che hanno forte connessione con il disumanizzante stile di vita imposto dalla globalizzazione neoliberista. In questa miscela tra testimonianza personale e messaggio politico si affaccia in modo chiaro la connessione tra pensiero femminista e ambientalista.
Ancora dal primo giorno Obioma N Nameka, accademica africana, suggerisce, dopo una carrellata sulle diverse anime del femminismo del suo contenente, una visione da adottare per, come lei dice “stare dentro il cambiamento.
Sceglie il camaleonte, perchè quando era piccola uno zio le aveva parlato delle curiose capacità di questo animale: ha gli occhi che ruotano e possono contemporaneamente guardare in direzioni opposte, ma soprattutto riesce a stare nelle situazioni nuove assumendo il colore dell’ambiente, confondendosi con l’esterno prima di tornare alla dimensione cromatica precedente.
Obioma sostiene che questa capacità fisica può rappresentare una risorsa simbolica interessante per il movimento delle donne, non perchè si debba essere trasformiste e quindi ambigue, ma piuttosto perchè l’abilità di adattamento costituisce una precondizione per resistere e sostenere il peso del’incertezza nelle situazioni potenzialmente pericolose. Una proposta politica di impatto che non tutte trovano calzante, ma suggestiva come ogni antropomorfizzazione, da Esopo in su nei secoli.
La seconda giornata si apre con l’intervento di Johan Galtung, uno dei più noti studiosi delle pratiche e teorie nonviolente. Galtung chiarisce che quelle che spesso chiamiamo democrazia e pace in realtà descrivono talvolta semplicemente la fotografia della democrazia parlamentare, il che non significa automaticamente che una società parlamentare sia pacifica e democratica.
Laddove il patriarcato è ancora forte e quindi detta le leggi visibili, (e soprattutto quelle invisibili), la politica e la convivenza non sono pacifiche è democratiche. Per dirsi davvero pacifiche le società, e quindi le donne e gli uomini, hanno da percorrere una strada che prevede l’uso e la pratica dell’empatia, della nonviolenza e della creatività, le tre precondizioni perchè nel conflitto il processo non si traduca in guerra e violenza. Galtung si avventura nel controverso territorio della differenza biologica tra donne e uomini, sostenendo che le donne sono comunque meglio disposte alla collaborazione e all’empatia. Se gli uomini di fronte al pericolo attaccano oppure fuggono, le donne  più spesso si fermano, e cercano di  affrontare la violenza con il confronto. Galtung chiama questa attitudine (suppostamente) femminile ‘costruttrice’.
“Siete delle costruttrici, dice Galtung, ed è necessario che questa vostra capacità di usare il linguaggio e l’empatia al posto della predisposizione maschile verso le armi, la violenza e l’attacco venga estesa a tutti i livelli della società”.
Non tutte gradiscono questa analisi, trovando scivoloso (anche perchè già sperimentato nella sua forte caratteristica di negatività per le donne) il territorio del biologismo e dell’essenzialismo, e Galtung si riscatta agli occhi della platea femminista quando afferma che il nostro mondo ha urgente necessità di educare alla sessualità gli uomini, se ancora si sentono accumunare la sessualità e il piacere nel tristemente famoso adagio “meglio comandare che fottere”.
La presenza di Galtung, come delle altre femministe accademiche mischiate con le attiviste grassroute, segna un salto di qualità interessante nella offerta internazionale che questa tre giorni propone, specialmente per chi fa politica nei movimenti in Italia.
E’ segno che è possibile intrecciare linguaggi e pratiche potenzialmente molto lontane, nel caso dell’accademia guardata con giusto sospetto da parte delle attiviste: qui sembra non esserci quella pericolosa lontananza tra pratica e teoria, o almeno non così tanta come quella che in Italia si è andata solidificando dagli anni ’80.
Questo salto di qualità è il frutto dell’ottimo lavoro fatto dalle 7 associazioni organizzatrici nella scelta delle relatrici, considerando che la maggior parte di chi ha affrontato viaggi anche molto lunghi e faticosi lo ha fatto a sue spese o, come nel mio caso, grazie ad una colletta per non gravare in modo eccessivo su Marea.
La violenza della sharia e della politicizzazione della religione nel mondo islamico irrompe in maniera drammatica attraverso l’intervento dell’attivista sudanese Asha Elkarib.
Nel suo racconto c’è tutto il tragico precipitare della situazione in Sudan da quando, a partire dagli anni ’80, il problema economico del paese si è trasformato in una guerra religiosa che ha costretto le donne, con l’imposizione della sharia da  parte degli islamisti, a tornare ad un medioevo mortale.
La flagellazione pubblica di una donna per strada, rimbalzata pochi giorni fa nel mondo attraverso un video immesso su youtube, è solo uno dei casi della serie infinita e quotidiana di violenze perpetrate contro le donne nel paese africano in nome e per conto della religione.
”Tutto il mondo ha riconosciuto il governo islamista, e questo perché la condizione delle donne non interessa a nessuno, nonostante la patente e continua violazione dei loro diritti umani” – rimarca Asha. E uno degli effetti collaterali più spaventosi è quello di creare un clima di autocolpevolizzazione  che limita ulteriormente l’agire femminile”.
La geografia del dolore e della violenza non ha confini, e lo stesso orribile quadro viene proposto dalle donne dei paesi Balcanici, da dove arriva la denuncia della kosovara Sevdije Ahmeti, che reclama maggiore attenzione e denuncia verso la micidiare arma dello stupro etnico. Certo, ci sono state numerose risoluzioni anche da parte do organismi autorevoli come le Nazioni Unite, ma la domanda è: quando si spengono i riflettori che accade alle donne costrette a vivere spesso a fianco dei loro violentatori?
E poi ancora la giordana Leyla Hamarneh che invita tutte a  iniziare una campagna di tolleranza zero nei confronti della applicazione della sharia, e a lottare in modo sempre più aperto per l’affermazione e la difesa della secolarizzazione. Un segnale lanciato anche e soprattutto verso le giovani generazioni di donne e uomini nei paesi arabi e mediorientali, un segnale particolarmente importante da dare anche alla sinistra occidentale affinchè sappia che i movimenti femministi di quei paesi non accettano ambigue e pericolose tentazioni e derive relativiste.
Molto, molto altro è stato questo incontro internazionale, e davvero troppo poco riesco a restituirvi ora. Vi rimando, a fine febbraio, al numero speciale sulla globalizzazione che Marea editerà in previsione dell’appuntamento Punto G del 24/26 giugno 2011 a Genova.
Ancora un grazie alle meravigliose 7 organizzazioni madri dell’evento: Antico, Ife, Heya, Owsa, Owfi, Act e Wilpf, e arrivederci a Genova.

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